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Paesaggi con figure. Il cinema di Michelangelo Antonioni- i documentari

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Data inizio:16/01/2017
Data fine:16/01/2017
Ore: 15:30

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Categoria evento: Proiezioni. Sezione: Il cinema di Michelangelo Antonioni.

Descrizione

  • Gente del Po di Michelangelo Antonioni (1943, 9’)
    Primo documentario di Michelangelo Antonioni sulla dura vita degli abitanti di Porto Tolle sul Po. Pescatori, contadini, donne e uomini colti nelle loro azioni quotidiane con grande attenzione all’ambiente che essi vivono. Uno sguardo nuovo per il cinema italiano del periodo, un’anticipazione di alcuni elementi del neorealismo ma anche di topoi tipici del cinema antonioniano successivo. «Appena mi fu possibile tornai in quei luoghi con una macchina da presa. Così è nato Gente del Po. Tutto quello che ho fatto dopo, buono o cattivo che sia, parte di lì» (Antonioni).
  • a seguire N.U. (Nettezza Urbana) (1948, 9’)
    Una giornata a Roma vista attraverso il lavoro degli spazzini. Scorci di città, microazioni, storie appena accennate, musica jazz a contrappuntare il ritmo delle immagini, sono le marche che caratterizzano questo lavoro. «Per quel che riguarda la forma del documentario, e soprattutto di N.U., io sentivo il bisogno di eludere certi schemi che si erano venuti formando e che pure erano allora validissimi […]. Cercai di fare un montaggio assolutamente libero» (Antonioni).
  • a seguire L’amorosa menzogna di Michelangelo Antonioni (1949, 10’)
    La vita delle star del mondo dei fumetti. Nastro d’argento per il miglior documentario.
  • a seguire  Superstizione di Michelangelo Antonioni (1949, 9’)
    Il documentario nasce da un progetto più ampio che Antonioni non ha potuto realizzare e che si presenta come un’indagine sulla superstizione e i riti ad essa legati, a Camerino, nelle Marche. «Il rito come difesa (la morte, il malocchio, ecc.), che rimane tutto in superficie, e suona falso. Ma forse c’è qualcosa di più e di diverso: il senso delle cose caricate di significati ulteriori per un’abitudine inveterata al simbolo. Tutti temi, comunque, che si sviluppano compiutamente solo nel soggetto originale» (Tinazzi).
  • a seguire Sette canne un vestito di Michelangelo Antonioni (1949, 9’)
    «Questo documentario, considerato perduto, dopo numerose ricerche venne ritrovato nel 1995 dalla Cineteca del Friuli e acquisito dal “Progetto Antonioni”. Era stato amorevolmente conservato e gelosamente custodito da Enea Baldassi, Presidente dell’Associazione “Primi” di Tor Viscosa assieme a tutti i documenti cinematografici, fotografici e sonori nell’archivio storico della Snia Viscosa, oggi Chimica del Friuli. Girato per raccontare la fabbricazione della novità tessile di allora, prodotta a Torviscosa (Trieste). Antonioni dichiara di mostrare “la favola del rayon”, e cioè i vari processi e le progressive trasformazioni delle canne, materia prima della fibra. Guarda caso, un suo famoso articolo sul n. 68 di “Cinema” dell’aprile 1939 Per un film sul fiume Po, che precede la realizzazione di Gente del Po, aveva al centro del discorso e delle fotografie da lui scattate proprio le canne.
    In Sette canne un vestito, il taglio figurativo delle inquadrature e dei movimenti di macchina ripropongono l’inconfondibile stile documentaristico di Antonioni. Un processo industriale diventa un vero piccolo racconto: la trasformazione delle canne in cellulosa, poi in fogli di cartone che viene tagliato, imballato e pressato fino a farlo precipitare in disintegratori che lo mutano in segatura. Ed ecco “la tempesta chimica che realizzerà il miracolo”: un liquido, il solfuro di carbonio, trasforma il prodotto in viscosa e infine in filo di cellulosa. La cellulosa, lavata e sbiancata, “è diventata morbida e leggera come neve”. Bastano sette canne per un vestito: e qui Antonioni non può evitare di mostrare alcune inquadrature di una passerella dove sfilano le modelle cinte da vestiti inebrianti, per quei tempi: è forse l’atelier delle famose sorelle Fontana che vestiranno Lucia Bosè in Cronaca di un amore? E quei vestiti non sembrano proprio quelli che lei andrà, di lì a poco ad indossare?» (di Carlo).Copia proveniente dalla Cineteca del Friuli
  • a seguire La villa dei mostri di Michelangelo Antonioni (1950, 10’)
    I mostri di pietra che affollano il parco del Castello degli Orsini a Bomarzo (Viterbo).
  • a seguire Vertigine di Michelangelo Antonioni (1950, 4’)
    «Vertigine è il titolo originale di un frammento di circa 4’, firmato da Michelangelo Antonioni, che è stato ritrovato. Si tratta di una parte degli otto minuti del documentario La funivia del Faloria. La modifica del titolo in La funivia del Faloria avvenne successivamente perché giudicato più efficace al fine di accedere al premio governativo della programmazione obbligatoria (la lunghezza minima di legge era allora di otto minuti). Vertigine venne girato nel 1949 con l’operatore Bellisario, autore della fotografia di numerosi documentari dell’epoca, ma fu montato solo alla fine del 1950, dopo che Antonioni aveva realizzato il suo primo lungometraggio, Cronaca di un amore. Mentre Gente del Po, N.U. (Nettezza Urbana), L’amorosa menzogna e Superstizione costituiscono il corpus centrale dell’Antonioni documentarista, i successivi tre (Sette canne un vestito, 1949, e gli altri due del 1950, La villa dei mostri e Vertigine – La funivia del Faloria) sono da considerarsi occasioni di lavoro: ovvero esercitazioni, in attesa di poter realizzare finalmente il primo lungometraggio. Ma anche qui lo sguardo di Antonioni è evidentemente riconoscibilissimo. Proprio in Vertigine, un documentario “turistico” che intende illustrare il percorso della funivia dalla vallata alle cime del Faloria, Antonioni riesce con il proprio “occhio” ad annullare la retorica del commento parlato.
    E mi pare curiosa e singolare la scelta, ancora una volta stilistica e linguistica, del punto di vista. Che è quello della funivia, la quale, radente o lontana, vede e legge il percorso “in soggettiva” con brevi stacchi fissi o panoramiche. E Antonioni, che ha sempre amato la spericolatezza, conferma la mia ipotesi, ricordandomi che fece fissare sopra il tetto della funivia una piccola piattaforma per sé e per la mdp onde essere facilitato nelle inquadrature e sentirsi più libero nei movimenti. La funivia, mentre procede accarezzando prima la vegetazione, poi le rocce, osserva perfino la propria ombra ed è comunque, per così dire, attenta a guardarsi intorno e a cogliere le immagini più suggestive del paesaggio circostante. Ma mentre si inerpica verso le cime in attesa di visioni che mantengano ciò che dovrebbero promettere (e cioè un senso di vertigine), “il viaggio – sottolinea il testo – sembra dolcemente smentire questa vertigine”» (di Carlo).
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