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Gli Orienti di Pier Paolo Pasolini, Il fiore delle mille e una notte/Viaggio fotografico di Roberto Villa nel cinema Pasoliniano

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Data inizio:15/03/2022
Data fine:19/04/2022
Ore: 10:00 to 20:00

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Categoria evento: Mostre.

Descrizione

Gli Orienti di Pier Paolo Pasolini, Il fiore delle mille e una notte
Viaggio fotografico di Roberto Villa nel cinema Pasoliniano

15 marzo – 19 aprile 2022
tutti i giorni dalle 10:00 alle 20:00

L’esposizione realizzata in collaborazione con NFC Edizioni metterà in mostra il dietro le quinte del terzo film de La trilogia della Vita e sarà accompagnata da un volume omonimo, edito da NFC edizioni Rimini, che verrà presentato il 15 marzo alle 18 alla presenza del fotografo Roberto Villa, di Laura Delli Colli, presidente SNGCI e presidente Fondazione Cinema per Roma, di Stefano Masi, critico cinematografico RaiNews24 e di Federico Pontiggia, critico cinematografico Rivista del Cinematografo, MovieMag.
Conduce l’incontro Jonathan Giustini

L’ iniziativa fa parte del programma  PPP100-Roma Racconta Pasolini promosso da Roma Capitale Assessorato alla Cultura con il coordinamento  del Dipartimento Attività Culturali.

 

La rivelazione dell’Altro. Le fotografie di Roberto Villa ‘dentro’ Il fiore delle Mille e una notte

Gli sguardi degli intrusi, a volte, sono illuminanti, perché la casualità, più o meno voluta, delle intrusioni può essere fertile di angolazioni inedite, può catturare dettagli rivelatori, può rivelarsi più necessaria della presenza di chi era previsto. Fra i membri della troupe che lavorava al film Il fiore delle Mille e una notte di Pier Paolo Pasolini, c’era un intruso privilegiato e si chiamava Roberto Villa. Fotografo professionista ed eclettico appassionato di linguistica e audiovisivi, aveva avvicinato Pier Paolo Pasolini al termine di una tavola rotonda sul linguaggio audiovisivo organizzata a Milano nel 1972, ai tempi della pubblicazione della celebre raccolta di saggi “Empirismo eretico”. Correvano gli anni del trionfo, più commerciale che critico (la rivalutazione sarebbe venuta dopo) della Trilogia della vita: il nome di Pasolini era legato ad una raffica di scandali ancora più violenta che in passato e ad un erotismo ‘liberato’ che l’industria subito si era affrettata a sfruttare in una serie di sottoprodotti. Villa si interessava di linguistica ma anche di cinema e aveva seguito i film di Pasolini fin dai tempi delle proiezioni nei cineforum di Genova, sua città natale. In qualità di fotografo aveva già intrapreso numerosi viaggi in tutto il mondo e così, quando seppe che nella primavera del 1973 lo scrittore-regista avrebbe realizzato le riprese del suo prossimo film, Il fiore delle Mille e una notte, l’ultimo della Trilogia (che all’inizio si intitolava solo Le Mille e una notte) in Arabia e in Persia (oltre che in Africa), pensò di realizzare un servizio fotografico sulle riprese. Sarebbe stata anche l’occasione per continuare, nei limiti del possibile, le conversazioni con Pasolini. Un altro forse non avrebbe affrontato un viaggio nello Yemen e in Iran per motivazioni che andavano oltre la sfera strettamente professionale ma per fortuna Villa era ed è un uomo di passioni e anche quella volta fu più forte di lui. Così, accanto alle immagini di Angelo Pennoni, fotografo di scena ufficiale inviato dalla PEA (la società di Alberto Grimaldi produttrice del film), si aggiunsero quelle di un intruso che poteva vagare liberamente con lo sguardo dentro e fuori dal set. L’anomalia di Il fiore delle Mille e una notte, come di quasi tutti i film di Pasolini, consiste anche nei confini non facilmente definibili del set, ossia del quadro di realtà che sarebbe entrata a nutrire il film. In realtà, tutto ciò che palpitava e respirava del mondo intorno ai luoghi dove Pasolini girava, ne era diventato parte, era investito dalla finzione pasoliniana che reinventava la materia e la corporalità di luoghi e individui che si trovavano in quelle ore a Ta’izz, Aden, Al Mukalla, Hadramaut, Shibam o Murcheh Khvort o Esfahan o altrove. Questo perché non erano luoghi e spazi qualsiasi: erano gli ambienti dove si era ancora conservata quell’identità popolare, con tutta la sua fisicità e violenza, autenticità e pericolosità, che apparteneva al mondo antico, il mondo delle differenze culturali e delle particolarità, il mondo contadino che seguiva le leggi delle stagioni e dei rituali religiosi. Quel mondo che in Occidente e nell’Italia così appassionatamente amata da Pasolini, si stava estinguendo, per lasciarsi sedurre e corrompere dalle esiziali, irresistibili sirene del consumismo. Ma il mondo arabo e persiano delle “Mille e una notte” era altro. Nel film si assiste ad una continua, permeabilità fra l’identità reale dei luoghi e degli individui e la loro trasfigurazione nell’immaginazione pasoliniana che si nutre proprio della loro realtà per rivelarla attraverso la finzione visionaria. Il fiore delle Mille e una notte è l’unico film di Pasolini che si concluda felicemente e non a caso è un film calato in un mondo non cristiano, non cattolico, non occidentale, remoto nella sua cristallizzazione (ancora intensa, nel 1973). Villa entrò in quell’universo e fece quello che un fotografo del suo valore doveva fare: guardò, osservò, contemplò e dedicò un’attenzione avida, all’umanità che gli formicolava intorno. Ne è derivato un affresco di migliaia di fotografie, tessere del mosaico di un mondo remoto e indecifrabile, probabilmente in buona parte scomparso o comunque di arduo accesso agli sguardi occidentali. I volti dei ragazzi e delle bambine che scrutano da un’altra sponda dell’esistenza, la dimensione dei beni necessari, con un ventaglio di espressioni dove Villa ha catturato curiosità, interrogativi, diffidenza, indifferenza e una serie di posture, gesti, azioni, immobilità che disegnano la quotidianità e l’umiltà profonda di un altro mondo, di un’altra cultura, magica e favolosa proprio per la sua lontananza remota dalla nostra. Le forme degli edifici bianchi e calcinati, le sagome lunari dei cammelli, gli incendi sgargianti dei rossi, la severità dei neri: tutto il mondo di dignità e miseria umana che Pasolini amava oltre ogni limite. E poi c’è, appunto, un protagonista, lo stesso Pasolini. Villa lo segue nei momenti di riflessione e nella congestione delle riprese, nelle corse e nell’attenzione accanita alle cose e agli esseri che vuole filmare e al modo di filmarli, di catturarli e possederli. Lo sguardo di Villa ha saputo catturare magistralmente la sicurezza e la frenesia di un artista ritratto dentro il suo teatro visionario, osservatore e burattinaio al tempo stesso dei fenomeni che egli stesso muove e di quelli che ruba ad una realtà che è appena lì. Le fotografie di Villa sono bellissime, non tanto e non solo per la qualità della composizione e i cromatismi ma perché catturano quei gesti, quegli sguardi, quelle sospensioni dove si può trovare la personalità di Pasolini e il mondo di un film che sta nascendo in quegli istanti.
(Roberto Chiesi)