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100 ANNI PER GIAN LUIGI RONDI

100 ANNI PER GIAN LUIGI RONDI

100 ANNI PER GIAN LUIGI RONDI (Tirano, 10 dicembre 1921 – Roma, 22 settembre 2016)

A cosa servono le ricorrenze?

100 anni fa…un tempo remoto di cui non resta quasi traccia nella memoria dei più giovani. Molti lo hanno riverito, odiato, ringraziato nel corso dei decenni. Alcuni lo hanno amato e comunque riconosciuto come un maestro e un punto di riferimento per chi fa il critico, progetta festival, crede nel cinema come arte. Quando se ne è andato, cinque anni fa, ci sono stati encomi solenni com’era nel suo stile, ricordi sentiti, immagini ritrovate e libri pubblicati, compresi i suoi preziosi diari privati. Poi una sorta di silenziosa damnatio memoriae.

A cosa servono le ricorrenze? In un tempo di celebrazioni rituali e spesso pretestuose c’è da domandarsi che senso possa avere salutare oggi i 100 anni del decano della critica e dei festival italiani. La sua carriera parla per lui: figlio di carabiniere, laureato nel 1945, attivo come critico militante fin dagli stessi anni per la rivista “Teatro”, l’Enciclopedia dello spettacolo e la “Voce operaia” nel movimento dei giovani cattolici comunisti per cui recensisce i primi capolavori del Neorealismo, smarcandosi dalle linee editoriali del governo. Da quando si iscrive al sindacato dei giornalisti nel 1946 e subito dopo diventa la voce cinematografica del quotidiano romano “Il Tempo”, il suo percorso non conosce più interruzioni e le cadute sono abilmente rimpiazzate da exploit e successi: membro della giuria alla Mostra di Venezia (1949), Cavaliere della Legion d’onore nel ’51, rifondatore degli incontri di Sorrento (dal 1966), ideatore del Festival delle Nazioni di Taormina nel 1970, Commissario della Mostra di Venezia l’anno dopo (ma ci tornerà da Direttore nel 1983 e poi da Presidente della Biennale dieci anni dopo), voce del cinema alla Radio e poi sul primo canale televisivo della Rai. Infine il coronamento di un sogno: presidente dell’Accademia dei David di Donatello dal 1981 al 2016, primo critico a guidare  l’Oscar italiano, ponendo fine all’era dei produttori. Se più di una generazione ha trovato familiarità coi volti e le voci di autori come Ingmar Bergman o Akira Kurosawa è stato merito suo. Per anni ha duellato in punta di fioretto con i grandi della critica italiana, da Mino Argentieri a Ugo Casiraghi, da Guido Aristarco a Lino Miccichè, da Giovanni Grazzini a Tullio Kezich, da Callisto Cosulich a  Morando Morandini.

Sempre gentile nei modi ma ferreo nelle convinzioni, diplomatico allo stremo (tanto da meritarsi un epigramma di fuoco a firma Pasolini nei tardi anni ’50), ma implacabile nei giudizi, sorprendente nelle fughe in avanti (l’edizione 1971 della Mostra di Venezia fu un autentico fuoco d’artificio di provocazioni) e nelle scelte intransigenti (l’esclusione di Velluto Blu dal programma della stessa Mostra nel 1986) rimane un figlio del suo tempo, fedele soltanto a due bandiere: il primato dell’arte – almeno di ciò che considerava arte autoriale – e un’ideologia cattolica prudentemente aperta al nuovo. Per questo segnare sul calendario il suo centenario ha per noi un senso: il lungo viaggio di Gian Luigi Rondi attraverso settant’anni di cinema italiano equivale a fare i conti con le trasformazioni dell’Italia, della società e del pensiero nello stesso periodo. Quello del cinema è un osservatorio privilegiato, solo in apparenza limitato: nessuna forma espressiva quanto questa batte all’unisono con l’evoluzione di una società e spesso ne anticipa modi o contraddizioni. Sicché il pensiero di Gian Luigi Rondi rimane anche oggi un cantiere aperto sul nostro passato recente e ne comporta un necessario ripensamento storico. Per questo oggi non vogliamo dimenticare il ruolo e il significato del suo essere stato dominus  e – senza falsi elogi o ingenerose critiche – vorremo dedicargli, d’intesa con  la famiglia e gli amici, alla Casa del Cinema la serata del 20 gennaio, quella in cui ricorre il compleanno di Federico Fellini e a cui si ispira la “Giornata mondiale del cinema italiano”: nessuno meglio di lui ne ha incarnato, da osservatore partecipe, le luci e le ombre.

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