Menu

OMERO ANTONUTTI: UN SIGNORE D’ALTRI TEMPI di Giorgio Gosetti

OMERO ANTONUTTI: UN SIGNORE D’ALTRI TEMPI  di Giorgio Gosetti

OMERO ANTONUTTI: UN SIGNORE D’ALTRI TEMPI
di Giorgio Gosetti

A 84 anni nella sua Udine, a pochi passi dal paesino di Basiliano dove era nato il 3 agosto 1935, se ne è andato stamane Omero Antonutti, figura rara e amatissima nel cinema italiano.

Oggi tutti lo ricordano per il lunghissimo sodalizio coi Fratelli Taviani che per primi gli diedero spazio da protagonista in “Padre Padrone” premiato a Cannes con la Palma d’oro nel 1977 e poi rimasto a loro legato come un vero attore-feticcio lungo il corso di una luminosa carriera da “La notte di San Lorenzo” (1982) a “Kaos” (1984), da “Good morning Babilonia” (1987) a “Tu ridi” (1998). Ma in realtà questo friulano tutto d’un pezzo, adottato dalla mitteleuropea Trieste ancora giovanissimo e poi cittadino romano per molti anni (viveva a un passo dall’amico Giorgio Napolitano) è stato un fantastico esempio di attore completo e multiforme, viaggiatore della cultura e maestro nel modellare la sua voce nelle mille sfumature delle lingue adottate per la sua professione. Recitava con naturalezza nel greco di “Alessandro il Grande” per Theo Angelopulos (premiato a Venezia nel 1980), in spagnolo per Victor Erice, Carlos Saura e Miguel Littin, in tedesco per Willi Herman. Accoppiava la severità e la fermezza del volto alla morbidezza ricchissima di sfumature da baritono e basso nella voce. E negli anni aveva ritrovato il piacere delle sue lingue natali, il Friulano e il Giuliano (“lingue eh! Mica semplici dialetti – diceva -, le lingue di Pasolini e Magris, le lingue carsiche di una vera cultura europea”) che sempre più spesso portava in palcoscenico per autentici recital costruiti sulla sua arte e sui suoi autori più amati.

Al cinema Omero Antonutti arriva come tanti provinciali degli anni ‘60, sceso a Roma dopo una ricca gavetta teatrale a Trieste, convinto da amici cui resterà sempre legato, da quella “colonia” Triestina che allora contava giovani di belle speranze come Franco Giraldi, Callisto Cosulich, Tullio Kezich. Ed è proprio quest’ultimo a presentarlo ai Taviani nel suo ruolo di produttore per il cinema televisivo della Rai degli anni ‘70. Dopo il debutto in “Le piacevoli notti” (1967) e un altro paio di ruoli, si mette in luce con Roberto Rossellini (“Anno uno”) e “La donna della domenica” di Luigi  Comencini alla metà degli anni ‘70.  Subito dopo la svolta nel ruolo del padre per il capolavoro dei fratelli Taviani.

Ha lavorato con maestri e amici, da Fabio Carpi (il bellissimo “Quartetto Basileus), Elio Petri (“Le mani sporche”), Emidio Greco (“Una storia semplice”), Marco Bellocchio (“La visione del sabba”), Marco Tullio Giordana “(“Romanzo di una strage”). E’ stato il maestro di Farinelli nell’omonimo grande successo del belga Gerard Corbiau, il banchiere Calvi nel film di Giuseppe Ferrara, l’oscuro Michele Sindona per “Un eroe borghese” di Michele Placido, Ludovico per Spike Lee ne “Il miracolo di Sant’Anna”.

Strano a dirsi,  il grande pubblico ne riconosceva prima la voce del volto, merito di una studiata e intensa carriera da doppiatore che gli è valsa numerosi premi e una autentica simbiosi con il Saruman di Christopher Lee nel “Signore degli anelli” o con il conte Dooku nella saga di “Star Wars”. “Ho cominciato per mantenere la famiglia – amava scherzare Antonutti – ma poi mi è venuta la passione di nascondermi dietro un altro, oggi Omar Sharif, domani Michael Gambon, oggi un principe, domani un vampiro. È bello usare la voce per far corpo alla fantasia e il doppiaggio mi ha molto aiutato nel costruire spettacoli teatrali in cui si fondono le voci degli autori che più mi hanno formato”. Così Ermanno Olmi, che lo amava come un fratello, gli chiese di essere la voce narrante de “La genesi” e poi de “Il mestiere delle armi” nel 2001. Ma sono molti gli episodi in cui si è fatto narratore di storie, da “ameni giochi” – come li definiva nel caso di “Scary movie” a “Epic Movie” – a capolavori come “il nastro bianco”. Una delle ultime volte è stato per un altro amico della giovinezza, Giorgio Pressburger, di cui lesse il racconto “La legge degli spazi bianchi” per il film diretto da Mauro Caputo presentato quest’anno alla Mostra di Venezia alle Giornate degli autori.

Sobrio, autoironico, rigoroso con se stesso, innamorato della moglie Graziella che gli stava vicino anche oggi in una stanzetta d’ospedale a Udine, Omero Antonutti era un signore d’altri tempo capace di vivere il presente con passione civile ed emozioni che sapeva tramettere come pochi altri. “I miei mi hanno chiamato Omero – ha detto una volta -; buffo destino per uno che poi nella vita ha sempre raccontato storie e immaginato mondi. Non ho il talento del creatore, ma ho adorato mettermi al servizio degli artisti per far pensare gli spettatori. Qualche volta sono sicuro che mi è riuscito”. La Casa del Cinema lo ricorda oggi con affetto insieme ad Aamod e al suo grande amico Paolo Taviani.

Notizie

Comments are closed.