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GIORGIO ARLORIO: GLI OCCHI DEL CINEMA RACCONTANO

GIORGIO ARLORIO: GLI OCCHI DEL CINEMA RACCONTANO

GIORGIO ARLORIO: GLI OCCHI DEL CINEMA RACCONTANO

Se c’è una cosa che chiunque l’abbia conosciuto, amici, allievi del Centro Sperimentale, colleghi, giornalisti, non scorderà di Giorgio Arlorio sono i suoi occhi chiari: luminosi, ridenti, curiosi, aperti sul mondo e pieni di istintiva tenerezza. Sceneggiatore in un’epoca di “leoni ruggenti” come è stato il cinema italiano degli anni ’60 e ’70, animatore infaticabile di battaglie civili con l’ANAC  ma anche di memorabili serate al tavolo di Otello, il ristorante che per un quarto di secolo è stato plancia di comando del nostro cinema, insegnante generoso e inesauribile alla Scuola Nazionale di Cinema del CSC, amava dire: “Da giovane, facendo le mie prime prove come montatore mi sono accorto che attaccando la pellicola in realtà io facevo un lavoro di estrema ricerca delle immagini, quello che ho sempre creduto necessario fare, soprattutto, per scrivere una radicale e profonda sceneggiatura”.  Nato a Torino il 27 febbraio del 1929, delle sue origini ha sempre conservato un rigore morale, una frugalità dei gesti e una timidezza segreta che compensava con la brillantezza, il calore in conversazioni intrise di ricordi, osservazioni, incontri dalla sua intensa vita professionale. Esordisce pubblicando alcuni racconti che gli valgono l’attenzione del mondo del cinema romano in cui entra in punta di piedi come montatore e poi aiuto-regista di Pietro Germi. Ma il suo talento con la penna in mano viene poi colto da Carlo Lizzani per cui scrive “Esterina” nel 1959. L’anno dopo si misura con il talento brillante di Mario Camerini per “Crimen” e il successo del film gli apre le porte delle grandi produzioni. E’ spericolato e aperto alle suggestioni più diverse, che si tratti si scrivere per Carlo Ludovico Bragaglia o per Antonio Margheriti (un bellissimo prodotto di genere come “L’arciere delle mille e una notte”) o per autori come Risi e Monicelli. Alla Titanus spesso è chiamato a “salvare” copioni impossibili come ne “Il giorno più corto” per la coppia Franchi e Ingrassia  (un vero kolossal di serie B in cui appare tutto il cinema italiano insieme a David Niven), ma già nel 1967 firma un capolavoro come “Il padre di famiglia” di Nanni Loy con cui aveva ideato due anni prima “Specchio segreto” rivoluzionando la tv tradizionale. Del 1968 i due incontri che segnano il suo percorso artistico con Gillo Pontecorvo e Sergio Corbucci. A unirli un altro sceneggiatore che per Arlorio resterà un modello assoluto, Franco Solinas. “Gillo – raccontava Arlorio – aveva allora un gran voglia di misurarsi con il grande pubblico e di dirigere un western, anche per la grandissima considerazione di cui godeva in America. Da quell’idea nacque il progetto de ‘Il Mercenario’ che scrissi con Solinas. Solo che poi Gillo non si decideva, temeva di farsi strumentalizzare e il tutto passò nelle mani di Corbucci che lo adattò alla sua misura con un grande esperto come Luciano Vincenzoni. Solinas e io ci concentrammo allora su ‘Queimada’ che a Pontecorvo piaceva e che diresse nel 1969. Era nata una bellissima amicizia”. I due si ritrovarono 10 anni dopo per la sceneggiatura di “Ogro”, l’ultimo e travagliato film di Pontecorvo. Tra le sceneggiature di  Arlorio ci sono film di successo degli anni ’70 come “Zorro” di Duccio Tessari o “La patata bollente” di Steno, progetti di impegno civile come i film collettivi “Un altro mondo è possibile” o “Scossa”, ma soprattutto quelle “sceneggiatura di vita” che nei suoi corsi al CSC hanno tenuto a battesimo più di una generazione di registi e autori a lui rimasti sempre legati da Ivan Cotroneo a Francesco Bruni. Eppure per chi lo ha conosciuto il ricordo più sorprendente è legato a una sua rara apparizione come attore: ne “I sovversivi” di Paolo e Vittorio Taviani (1967) il suo severo e impacciato Sebastiano, funzionario di partito che parte alla volta di Roma per i funerali di Togliatti insieme alla moglie Giulia, è un impareggiabile “cameo” intriso di passione, disagio, paura, dolcezza. Davanti alla macchina da presa Giorgio sarebbe tornato per l’amico Franco Giraldi ne “La bambolona” (1968) e poi per Mimmo Calopresti nel docufilm del 2011 “Anch’io ero comunista”. Al Centro Sperimentale ha insegnato fino al 2016. Lascia la moglie amatissima, Luda, la figlia Sasha e un bellissimo libro di memorie “Viaggi non organizzati”, presentato appena pochi mesi fa nella collana di “Bianco & Nero” del CSC.   

La camera ardente di Giorgio Arlorio sarà aperta alla Casa del Cinema, sabato 27 luglio dalle ore 10. Un ricordo degli amici e della famiglia avverrà alle ore 11.

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