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L’avventura di un soldato di Nino Manfredi / In nome del Papa Re di Luigi Magni

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Data inizio:05/07/2021
Data fine:05/07/2021
Ore: 21:00

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Categoria evento: Proiezioni. Sezione: Nell'anno di Nino Manfredi.

Descrizione

Presentazione rassegna Nell’anno di Nino Manfredi con Marta Donzelli  (Presidente della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia), Alberto Crespi e Luca Manfredi.

a seguire L’avventura di un soldato di Nino Manfredi, episodio di L’amore difficile (1962, 25’)

Tratto da un racconto di Italo Calvino, è la storia di un soldato, che sta tornando a casa in licenza, incontra su un treno una vedova. Senza una parola, i due cominciano un approccio che li porterà, probabilmente, l’uno nelle braccia dell’altro… «Quando diressi L’avventura di un soldato, ero arrivato a un punto, nella mia carriera, in cui volevo vedere che cosa realmente avessi capito del cinema. In quell’episodio, per il grande amore che avevo per il cinema, ho voluto attenermi all’essenza stessa del cinema, alle immagini. Niente dialoghi, niente parole. Uno studio dei sentimenti, trattati cinematograficamente, come immagini e come ritmi. E dopo, così, mi sono fidato di fare un film intero come Per grazia ricevuta» (Manfredi). Restaurato dalla Cineteca nazionale nel 2014.

a seguire In nome del Papa Re di Luigi Magni (1977, 105’)

«Una contessa, madre di un rivoluzionario accusato con due amici di aver compiuto un attentato in una caserma, si rivolge a un giudice della Sacra Consulta perché la aiuti, ma il Monsignore scopre di essere il padre dell’arrestato. Una parte di verità storica c’è, la fantasia e la bravura di Manfredi hanno fatto il resto e il sodalizio Magni-Manfredi ha funzionato ancora» (Morandini). «Venne da me Magni, con la storia di questo prete in crisi e di terroristi, nella Roma papalina. In un primo tempo rimasi un po’ perplesso, poteva risultare pericoloso parlare di nappisti – allora si parlava di più dei Nap, della Vianale -, sentii che prendeva lo spettatore, ma con troppa violenza. Collaborai allora con Magni a due, tre revisioni della sceneggiatura. La parte che mi interessava di più era quella della crisi del giudice, che non voleva più essere la mannaia del potere. Poi c’era la delicata questione dei terroristi, che cercai di far diventare accettabili, mostrando anche le loro ragioni. Ad un certo punto entrai in crisi, dissi a Magni e al produttore Committeri che potevano andare incontro a un insuccesso, perché il film non era popolare. Committeri ci convinse ad andare avanti: dicendo che il film era come un romanzo, che c’erano cose che ormai nel cinema non si vedevano più, i grossi sentimenti, i rapporti umani (un padre, un figlio, un perpetuo, e i loro rapporti, i sentimenti dell’uomo che in fondo sono sempre gli stessi). E aveva ragione, perché il pubblico è accorso a vedere il film, in massa. Io non me l’aspettavo. Anche se ho il dono di sentire esattamente il pubblico, il grado di corrispondenza di una battuta con la sensibilità del pubblico, il tono giusto al di là del quale la battuta non l’accettano più. So di gente che è andata a vedere il film varie volte, perché è un film che commuove, che appaga. Anche la faccenda dei terroristi viene accettata perché l’azione è trasposta nell’800, ci può essere il dubbio che non c’entri con noi, con i problemi di oggi. […] Era difficile accettare che un attore come me, a cui si chiede sempre di far ridere, stesse sull’altare in pompa magna a recitare in latino la formula della Comunione» (Manfredi).

 

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