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GLI ANNI DEL VIETNAM. 40 ANNI DOPO /giornata SANTIAGO ÀLVAREZ

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Data inizio:14/04/2015
Data fine:14/04/2015
Ore: 16:00

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Categoria evento: Proiezioni. Sezione: Gli anni del Vietnam.

Descrizione

giornata SANTIAGO ÀLVAREZ 

1. Hanoi, Martes 13 – Hanoi martedì 13 (Cuba, 1967, 38 min.)
2. L.B.J./ Lyndon B.Johnson  (Cuba, 1968, 18min.)
3. 79 primaveras/79 primavere (Cuba, 1969, 25min.)
4. Abril de Vietnam en el año del gato/Aprile del Vietnam nell’anno del gatto (Cuba, 1975, 124min.)

Cubano, Santiago Àlvarez a vent’anni parte per gli Stati Uniti a imparare come si fa il cinema. Torna a Cuba, si iscrive al partito comunista e comincia a lavorare le per news e la televisione. E’ in prima fila durante la rivoluzione che elimina Battista e porta Fidel Castro al potere. Subito dopo, nel 1959, partecipa alla creazione dell’ICAIC, l’Istituto Cubano delle Arti e dell’Industria Cinematografiche. I suoi primi documentari sono tutti dalla parte della rivoluzione cubana (Escombray, Cyclone, ecc.), canti per immagini che raccontano la storia e l’epopea di un popolo e del suo lider maximo. Poi arrivano le opere con un respiro internazionale, come Now (violenta requisitoria contro il razzismo americano) e tutti gli altri a difesa deli popoli del terzo mondo in lotta contro il capitalismo/imperialismo rappresentato dal gigante americano. Ed è in questo contesto che nascono anche i 4 film dedicati alla lotta durissima del popolo vietnamita presentati in questa serata tutta dedicata al grande documentarista cubano: Hanoi, Martes 13 (1967); L.B.J.  (1968); 79 primaveras (1969) e Abril de Vietnam en el año del gato (1975).

Àlvarez, al di là del suo collocarsi interamente dentro la militanza e la dialettica comunista, è un filmaker di grande valore, dotato di straordinarie qualità creative, che consistono soprattutto nella capacità di declinare la forza delle parole con il ritmo potente delle immagini. Con in più la forza dell’utopia socialista e l’intensità visionaria della tradizione cubana. «Io sono quello che sono perché sono cubano», diceva il grande musicista Bola de Nieve. La stessa cosa di potrebbe dire per Àlvarez. E se c’è un’immagine che si respira nella Cuba precastrista è quella del contrasto (ricchezza e povertà, arroganza e abbandono…). Ed è da lì che parte Àlvarez, mettendo alla base del suo fare cinema l’etica e l’estetica del contrasto. Una dimensione che in lui è particolarmente presente, soprattutto nella dialettica, nella tensione che riesce ogni volta a creare tra l’avvenimento “politico” esterno e il processo cinematografico di messa in scena. Contrasto che troverà proprio nei film sul Vietnam (tra il gigante imperialista e il piccolo popolo di contadini) la sua cifra stilistica più forte e limpida. E questo si avverte soprattutto nel montaggio (oltre che nella ripresa), nei rapporti tra immagine e suono, nel modo di utilizzare le immagini di repertorio (a collage) che popolano le sue sequenze più belle e indimenticabili.

1. Hanoi, Martes 13 – Cuba.1967.35mm.B.N./colore. 38min.
sceneggiatura
: Santiago Álvarez (testi narrativi di José Martí)
fotografia
: Iván Nápoles
animazione e truka
: Jorge Pucheaux, José (Pepìn) Rodriguez, Adalberto Hernández
montaggio
: Norma Torrado e Idalberto Gálvez
musica
: Leo Brouwer
suono
: Carlos Fernández
produzione
: Instituto Cubano del Arte e Industrias Cinematográficos (ICAIC)

Àlvarez parte da Frank Capra documentarista della seconda guerra mondiale al seguito delle truppe americane, quando dice che «se un soldato conosce il suo nemico e le cause della guerra e se capisce per cosa combatte, certamente sarà un soldato migliore». Da qui un modo diverso di usare il cinema, sfruttando anche le tecniche messe a disposizione dalla propaganda americana (classico effetto boomerang), anche se è impossibile avere accesso diretto al paesaggio viscerale dell’Impero. Le fotografie e i film d’archivio sono un campionario di questa realtà inaccessibile all’artista; ma, come Grierson, sa bene che il documentario è il trattamento creativo della realtà, e soprattutto da un grande grande teorico come Richard Mac Cann, ha imparato che l’importante non è l’autenticità dei materiali, ma l’autenticità dei risultati. Così in Hanoi, martes 13 la sublimazione del contrasto, più che un processo, diventa un vero e proprio metodo. Il contrasto tra la vita, rappresentata dal coraggio e dalla tenacia dei vietnamiti, e la morte che arriva con le bombe dell’aggressore americano; tra l’amore e l’odio; tra la dignità dell’umiltà e l’impotenza della superbia. Così Hanoi, martes 13 diventa il capolavoro dove si incontrano, in una sorprendente sintesi, tutto il  virtuosismo del tecnico e l’emozione del poeta. Non per nulla il film ha una struttura poetico-narrativa che si rifà a un testo di José Martí del 1889. E fa vedere come vive e ha vissuto, e come ha lottato per la sua libertà l’eroico popolo vietnamita dal primo giorno che è cominciato il bombardamento sulla città di Hanoi. Straordinario l’uso della musica, come sempre in Àlvarez.

2. L.B.J. – Cuba.1968.35mm. B.N./colore.18min.
sceneggiatura
: Santiago Álvarez (testi di Martin L.King e Stokely Carmichael)
fotografia
: Ivan Nápoles
animazione
: José (Pepìn) Rodriguez, Adalberto Hernández
truka
: Jorge Pucheaux
foto
: riviste straniere
montaggio
: Norma Torrado e Idalberto Gálvez
musica
: Leo Brouwer, Pablo Milanés, Miriam Makeba, Nina Simone, Carl Orff
con la collaborazione di
: José Martinéz,  Arturo Valdès, A.Fernandez Reboiro, Rosa Savedra, Delia Queisada.
produzione
: Instituto Cubano del Arte e Industrias Cinematográficos (ICAIC)

Tre nomi di morti ammazzati illustri (Luther King, Bob Kennedy e John F. Kennedy) vanno a comporre una sorta di Bingo nel jack pot immaginario di Santiago Àlvarez, per fissare nel titolo del suo ennesimo documentario sull’imperialismo USA e sul Vietnam, le iniziali del presidente americano di allora: Lyndon Baines Johnson. L.B.J. è probailmente l’espressione di collage più compiuta nell’opera del regista cubano, e uno dei migliori pamphlets anti-imperialisti di cui si ricordi la storia del cinema.

Qui non si tratta di rendere il solo Johnson responasabile di tutte le disgrazie di una società, no: che sia Johnson, Coolidge ou Popeye, il presidente degli Stati Uniti è solamente il pezzo, la rondella più visibile di un ingranaggio di violenza e di corrosione che contamina e avvelena tutto, senza speranza. E’ questo il significato più profondo di questo film, dove il talento di Àlvarez tocca un livello eccezionale, grazie alla sua capacità di utilizare e muovere le immagini fino a una drammatizzazione violenta che utilizza le tecniche espressive più disparate, foto, disegni, film di ogni tipo diversissimi tra loro, e una fondamentale colonna sonora.

E tutto questo ha un carattere puramente e decisamente allegorico, che rimanda a delle qualità più che a delle situazioni. Il regista cubano evita l’aneddoto, non gli interessa: gli serve solo come antitesi, qualcosa che, per trasparenza, ci rivela la faccia nascosta, il lato rimosso delle immagini. Così la sequenza di Martin Luther King, I Have a Dream, immediatamente seguita dal plotone d’esecuzione non potrebbe essere più violenta, feroce, caustica.

 

 

 

 

3. 79 primaveras

Cuba. 1969.35mm. B.N. 25min.

regia: Santiago Àlvarez

sceneggiatura: Santiago Álvarez (su testi di Ho Chi Minh e Josè Martì)

fotografia: Ivan Nápoles

suono: Raúl Pérez Ureta e Carlos Fernándes

montaggio: Norma Torrado

musica: Leo Brouwer, Iron Butterfly

repertorio: Studi Cinematografici di Hanoi

produzione: Instituto Cubano del Arte e Industrias Cinematográficos (ICAIC)

 

Nel 1969 Àlvarez venne invitato ad Hanoi dal governo nord vietnamita per filmare i funerali di Ho Chi Minh, il leader dell’indipendenza vietnamita e fondatore della Repubblica democratica del Vietnam. 79 Primaveras ricostruisce i 79 anni di vita di Ho Chi Minh, alternando alle immagini della cerimonia funebre, materiali di repertorio che descrivono le tappe paradigmatiche della sua attività politica e rivoluzionaria.

Ci sono molte immagini di funerali in questo film. Quelle di Ivan Nápoles, l’operatore di gran parte dei film di Àlvarez, sono speciali. La sua più che una biografia, diventa una sorta di elegia-denuncia, che è anche il modo migliore di interpretare  la storia di un popolo e del suo presidente, leader naturale in tutte le lotte anticolonialiste. Ecco allora tutti i vecchi film e le foto d’archivio dove compare l’immagine dello zio Ho, per mettere in scena brevemente la sua carriera politica. Ma è chiaro che lo scopo vero del film è tutt’altro: è quello di riuscire a fermare, a catturare il senso della vita, trasformarlo in un invito all’ottimismo, pur in un contesto così doloroso e tragico. Ma Àlvarez ci riesce grazie anche una concezione del montaggio fondato sul contrappunto, a delle immagini sempre intensamente significative e a un lavoro di composizione delle sequenze che rimanda a certe tecniche di Vertov.

L’inizio è quasi un modello dell’antinomia. Il fiore che si apre è la linfa della vita, profondamente legata alla vocazione indipendentista di Ho Chi Minh; mentre il fungo di polvere creato dalla bomba è il veleno della morte… e non serve nemmeno spiegare da dove viene.

 

 

 

 

 

4. Abril de Vietnam en el año del gato

Cuba. 1975. B.N./colore. 124min.

regia: Santiago Àlvarez

testo: Marta Rojas (con testi orginali di Ho Chi Minh e José Martí)

fotografia: Iván Nápoles, Rodolfo García, Julio Valdés

disegni e animazione: Rene Avila, Tullio Raggi, Leonardo Piñero

animazione fotografica: Adalberto Hernandez

effetti ottici: Eusebio Ortiz

voce narrante: Nguyen Le Hang

collaborazione speciale: Marta Rojas

montaggio: Justo Vega, Norma Torrado

suono: Jeronimo Labrada

musica: Leo Brouwer e tradizionale vietnamita

materiali d’archivio: Studi Filmici Nord e Sud Vietnam

produzione: Jesús Díaz.

 

Forse la sua opera più alta, la sintesi del suo viaggio nell’universo vietnamita. Anche qui si parla della guerra vista da un’ottica antimperialista, ma con uno sguardo più attento, vero e umano. Comunque diverso dagli altri film vietnamiti di Àlvarez. E’ in qualche modo la chiusura di un ciclo storico sulle terre dell’Indocina, che trova il suo momento più alto e definitivo nella sconfitta dell’impero Usa del 1975. Dietro però c’è una storia di 4 mila anni, che è anche una storia di lotte per la libertà e l’indipendenza (il tutto concentrato in due ore di film). E insieme c’è la cultura così plastica e leggendaria del popolo vietnamita, i suoi canti, le danze, alternati a momenti di vita contemporanea, del Vietnam degli anni Sessanta e Settanta. La colonna sonora, straordinaria, è fatta di suoni, ritmi e musiche registrate direttamente in Vietnam, durante le riprese, e solo una piccola parte è composta dal solito Leo Brower, mettendo insieme i suoni e gli strumenti vietnamiti con i ritmi percussivi cubani. Il titolo del film, infine, fa riferimento alla tradizione  popolare di chiamare gli anni con i nomi di differenti animali: il 1975, anno della vittoria, prende il nome dall’anno del gatto.  Per quanto riguarda invece il mese d’aprile, è un mese di tradizionalmente di sconfitte per le forze reazionarie internazionali: la caduta del fascismo, la Playa Girón di Cuba, in Portogallo e infine il Vietnam.

 

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