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Dietro le quinte di Hollywood “vietnamita”

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Data inizio:07/04/2015
Data fine:07/04/2015
Ore: 16:00

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Categoria evento: Proiezioni. Sezione: Gli anni del Vietnam.

Descrizione

Dietro le quinte di Hollywood “vietnamita” 

1. Heart’s of Darkness: A Filmmaker’s Apocalypse/Hearts of darkness. Diario dall’apocalisse (Usa, 1991, 96min.) di Fax Bahr, George Hickenlooper, Eleanor Coppola
2. A Tour of the Inferno: Revisiting ‘Platoon’/Platoon:Tour dell’Inferno (Usa. 2001, 53min.) di Charles Kiselyak, Jeff McQueen (2001).

Hollywood aspetterà che la guerra sia finita (1975) prima di occuparsene. Un po’ perché le majors hanno sempre paura di affrontare nei loro film argomenti politicamente scottanti, un po’ perché gli stessi registi non sanno bene come affrontare quella guerra che ogni giorno di più sta spaccando il paese. Così gli unici film che escono tra nel periodo della guerra (tra il 1960 e il 1975) sono il reazionario, per non dire fascista, Berretti verdi (John Wayne e Ray Kellog, 1968), e due film di  genere, tra b-movies e cinema d’exploitation, come Motorpsycho (Russ Meyer, 1965) o The Born Losers (Tom Laughlin, 1967).
Gli altri film che escono in quel periodo sono quasi tutti legati al cinema militante oppure alla produzione underground legata alla controcultura e al movimento pacifista. Gli esempi più interessanti sono The Year of the Pig (Emile de Antonio, 1969) e Hearts and Minds (Peter Davies, 1974), realizzati con materiale d’archivio e budget bassissimo.

Qualche segnale arriva dai registi della cosiddetta Nuova Hollywood, che provano a toccare il tabù-Vietnam ma solo in maniera obliqua. Basti pensare a western come Piccolo grande uomo (Arthur Penn, 1970) o Soldato blu (Ralph Nelson, 1970), dove gli indiani massacrati rimandano immediatamente ai vietnamiti bombardati; oppure a un film come Mash (Robert Altman, 1969) che, anche se parla della Corea, guarda soprattutto al Vietnam.

Per avere un Vietnam-movie importante bisogna aspettare la fine degli Settanta, al biennio ‘78/’79, quando vedono la luce, tra gli altri, due grandi film, Il cacciatore di Michael Cimino e Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Il successo enorme di questi  due film risveglia l’interesse di Hollywood per il Vietnam, determinando un vero e proprio filone che si svilupperà per tutti gli anni Ottanta. Ma gli anni Ottanta sono anche quelli della presidenza Reagan (1981-1989), che vuol dire patriottismo e sciovinismo, con la conseguente rivalutazione reazionaria del conflitto, che da pagina tragica della storia della nazione diventa episodio grandioso ed eroico. Da qui tutto il filone dei Rambo e dei Chuck Norris, da Fratelli nella notte a Rambo II-La vendetta, da Rombo di tuono a Missing in Action e così via, con il rilancio di un’ ideologia decisamente bellicista, impregnata com’è di spirito revanscista. Protagonista di questi film è soprattutto il personaggio del veterano, che finalmente trova il suo momento di riscatto e di gloria. Non solo ritorna protagonista, ma addirittura riprende a combattere, ritornando in Vietnam a finire il lavoro e, come vuole una leggenda allora molto diffusa, a liberare i militari americani ancora prigionieri dei vietcong.

Naturalmente ci sono, per fortuna, anche altri film importanti, come Vittime di guerra di De Palma o Full Metal Jacket di Kubrick, entrambi del 1989; e ancora Good Morning, Vietnam (1987) di Barry Levinson, Tornando a casa (1978) di Hal Ashby, e così via. E c’è anche un modo diverso di raccontare il fenomeno dei veterani, come succede per esempio in di Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese e, indirettamente, in Platoon (1986) di  Oliver Stone.

Per dare conto di tutta questa temperie che attraversa l’America e il cinema americano di quegli anni, siamo andati a curiosare in due documentari/ backstage che riguardano due film fondamentali per capire tutte le contraddizioni nei rapporti tra cinema, guerra del Vietnam e America:  Heart’s of Darkness: A Filmmaker’s Apocalypse che riguarda il film di Coppola, e  A Tour of the Inferno: Revisiting ‘Platoon’ che riguarda il film di Stone.

Nel primo abbiamo il racconto di una sfida impossibile, la realizzazione di un film folle, eccessivo, impossibile, sempre più sotto il segno della follia e della morte (non è un film sul Vietnam, è il Vietnam), allegorico, personale (un Vietnam dell’anima), europeo e d’autore, ma tutto dentro lo spettacolo hollywoodiano, disneyano, con un’America che non si riconosce più e viaggia tra l’apocalisse e la catastrofe.

Il secondo, Platoon, di Stone, è invece tutto l’opposto, sembra quasi un ritorno allo schema del war-movie classico (addestramento, arrivo al fronte, battesimo del fuoco e perdita dell’innocenza, rigenerazione attraverso la violenza), col il protagonista che da giovane recluta inesperta si trasforma, dopo una serie di dure prove, in un combattente vero. Un film che vuole essere realistico e coerente fino alle estreme conseguenze, tanto da diventare il modello per gran parte degli altri film su Vietnam arrivati dopo. Ma soprattutto è un film che si rivolge prima di tutto ai veterani del Vietnam, dal titolo (platoon sta per plotone, una pattuglia di soldati, un modo di vivere insieme e di combattere) alla dedica finale, dalla collaborazione degli ex soldati alle riprese e all’addestramento degli attori alla presenza del colonnello Dale Dye tra i protagonisti del documentario. L’ambizione è quella di conciliare (di guarire) il paese, di ridare il giusto riconoscimento, pur tra mille contraddizioni ed errori, a tutti quelli che hanno combattuto e sono morti in Vietnam.

1. Heart’s of Darkness: A Filmmaker’s Apocalypse (Hearts of darkness. Diario dall’apocalisse)
USA. 1991. Colore. 96min.
regia
: Fax Bahr, George Hickenlooper, Eleanor Coppola
sceneggiatura
: Fax Bahr, George Hickenlooper     
con
: Francis Ford Coppola, Eleanor Coppola, John Milius, George Lucas
Tom Sternberg, Albert Hall, Frederic Forrest, Dean Tavoularis, Martin Sheen,
Vittorio Storaro, Robert Duvall, Dennis Hopper, Marlon Brando, ecc.        
suono
: Jeff Burnett, Peter Lucas
produzione
: Doug Claybourne (American Zoetrope).

«Il mio film non parla del Vietnam, è il Vietnam. Ciò che fu veramente. Era follia. Il modo in cui l’abbiamo girato è il modo in cui gli americani sono andati in Vietnam.Eravamo nella giungla, eravamo troppi, troppi soldi, troppe attrezzature e a poco a poco siamo diventati tutti matti» (Coppola alla presentazione del film a Cannes). Qualche anno prima, durante un’intervista sul set a dorso nudo aveva detto: «Ho girato il film più volgare, il più spettacolare, emozionante, granguignolesco, sensoramico, pieno d’azione, eccitante, mozzafiato… c’è tutto, sesso, violenza, umorismo… perché voglio che la gente venga a vederlo».

Il titolo deriva dal romanzo Cuore di tenebra di Joseph Conrad che ispirò il film di Coppola, sovrapponendosi alla sceneggiatura di Lucas e Milius (quest’ultimo era stato a combattere in Vietnam). Eleanor Coppola, moglie del regista, aveva effettuato delle riprese durante la lavorazione del film; nel 1990 consegnò il materiale a due giovani autori, Fax Bahr e George Hickenlooper, che lo montarono insieme a nuove interviste e spezzoni del film.

Apocalypse Now è la storia di un viaggio, di una missione per uccidere qualcuno. E insieme è la metafora di un viaggio all’interno di se stessi. Un viaggio nelle proprie angosce, ossessioni, paure. Paura di fallire, di impazzire, di morire. Un film doloroso e faticoso, che continua a cambiare attori, locations, produttori. Girato nella giungla delle Filippine, che è come quella del Vietnam, tra guerriglieri e combattenti veri, con una truppa hollywoodiana da kolossal, con il rischio continuo quindi di essere succhiato dalla palude, fermato, ucciso. Un film da trenta milioni di dollari, che ha bisogno di un’attenzione maniacale, continua, al limite della follia.

Ed è questo impegno di tutti al di là dei loro stessi doveri (un impegno che ricorda quello di Herzog, Fitzcarraldo – un che ha molti punti di contatto con Apocalypse Now) a permettere di superare un tifone (che distrugge i set – compreso il “tempio di Kurtz” a cui avevano lavorato seicento persone sotto la direzione di Dean Tavoularis), l’infarto dell’attore principale, l’impreparazione e le pretese di Brando (che arriva sul set senza aver letto il libro, e si rifiuta di recitare il copione e di venire ripreso in piena luce), i 238 giorni di riprese nella giungla delle Filippine con il caldo soffocante, l’umidità, il fango e gli insetti.

E anche a livello filmico tutto contribuisce a questa sensazione – diffusa – di lotta, di tragedia imminente. La luce sporca, le immagini tremolanti, gli sguardi allucinati degli intervistati, in particolare quello di Coppola che subisce, nel corso delle riprese, stupefacenti e inquietanti mutamenti fisici, quasi le vicissitudini affrontate si incidessero sul suo stesso corpo (messo in gioco per primo), viste le condizioni ambientali. Dunque, Diario dall’Apocalisse non è un semplice backstage, ma un vero e proprio documento. Una testimonianza, uno squarcio di reale che ci permette di vedere, messi a nudo, personaggi di solito offuscati dalla forza del mito. Senza infingimenti, senza sovrastrutture o dichiarazioni supervisionate da onnipotenti uffici stampa.

Hearts of Darkness è il film girato durante la preparazione e le riprese di Apocalypse Now. È da sempre considerato un esempio perfetto di cinema documentario. Non assomiglia per niente a un backstage o, come si dice oggi, un making of. Raccontando sclerotici finanziatori e bancarotte pendenti, Brando bizzoso e la giungla filippina, Eleanor, moglie di Francis Ford Coppola, insieme a Bahr e Hickenlooper, ci mostra il percorso a fil di lama che dall’idea genera un film… e che film! Epica, pazienza e terribile bellezza del fare cinema.

2. A Tour of the Inferno: Revisiting ‘Platoon’  – USA. 2001. Colore. 53min.

regia: Charles Kiselyak, Jeff McQueen
sceneggiatura
: Charles Kiselyak
con
: Oliver Stone, Arnold Kopelson, Dale Dye, Charlie Sheen, Tom Berenger, Willem Dafoe, John C. McGinley, Forest Whitaker, Johnny Depp, ecc.
voce narrante
: Nguyen Le Hoang
suono
: Jeff Burnett, Peter Lucas
produzione
: Charles Kiselyak/James Kobayashi (MGM Home Entertainment)

Uscito negli extra del DVD di Platoon, qualcuno ha definito il documentario di Charles Kiselyak e Jeff McQueen migliore dello stesso film di Oliver Stone. Un film che a suo tempo aveva scontentato buona parte della critica cinematografica, anche se, per la verità, si tratta di un buon esempio di film bellico, inserito tra l’altro in un filone (quello della guerra del Vietnam) che ha avuto grande fortuna commerciale, soprattutto negli Stati Uniti. Come è noto, Platoon è stato realizzato a partire dalle reali esperienze del regista Oliver Stone come soldato sul campo. E proprio da qui parte il documentario, allegato al DVD del film, A Tour of the Inferno: Revisiting ‘Platoon’. In questa interessante “rivisitazione” vengono raccontate la genesi del film, la preparazione minuziosa e faticosa di tutta la troupe (tecnici e attori); e infine il racconto dell’Inferno delle riprese, attraverso spezzoni del film, repertorio, e una serie di interviste agli attori del cast, agli esperti militari (fondamentale il contributo di Dale Dye, il consigliere tecnico del film)  e naturalmente al regista.

Il film inizia con immagini d’archivio della vera guerra del Vietnam e anche dopo continua ad alternare le immagini del film, il girato del backstrage delle riprese, foto e film de jeunesse di Stone, repertorio di immagini della guerra, quella vera. Con questa voce off di Stone che ogni tanto entra nel film, mescolandosi alla voce off del film vero (quella del soldato Chris Taylor/Charlie Sheen), quello del 1986. Il tentativo è quello, già evidente all’uscita del film, di sottolineare ancora di più la lotta per il riconoscimento di eguale dignità e rispetto dovuto a ciascun essere umano, compresi i veterani del Vietnam. Quindi presentare la guerra e i soldati che l’hanno combattuta sotto una luce diversa, più eroica e drammatica, ma anche più vera e umana, smentendo così il vecchio cliché che vedeva nel veterano della guerra del Vietnam solo un pazzo, un perdente patetico, se non addirittura un baby-killer incosciente e insensibile…  «Ho deciso di raccontare la mia guerra, – dice Stone – come io l’avevo vissuta… Nessuno aveva ancora fatto un film realista sul Vietnam, e mi sembrava importante che la gente non dimenticasse quello che era successo. Volevo fare un film perché quelli che sono stati là si ricordassero, e anche per ricordare alle nuove generazioni che quella guerra c’era stata ed evitare così che si potesse ripetere». Per questo il film si occupa direttamente, senza alcuna mediazione, di tutto quello che fa male, tutto quello che era considerato un tabou: i conflitti in seno all’esercito americano, il razzismo, la droga, le stragi di civili vietnamiti… E tuttavia il film si chiude con una dedica precisa: «a tutti quelli che hanno combattuto e sono morti nella guerra del Vietnam». Perché è proprio questa durezza, questa capacità di affrontare la verità, a garantire la credibilità del film, e quindi anche la dignità e l’onore dei veterani, la legittimità della loro esperienza vietnamita. Da qui l’ambizione, evidente nel documentario, di presentare Platoon come un film definitivo sulla guerra del Vietnam, e quindi anche lo strumento più adatto per tentare di curare la nazione (To Heal a Nation) e avviarla alla pacificazione, al superamento di questa ferita tremenda e ancora aperta.

 

 

 

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